Piazza Malfatti e piazza Erbe

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Testo dell'audioguida

Quello che avete ora di fronte è un altro slargo ben noto alla città: piazza Malfatti. Prima conosciuta come piazza del Macello, venne successivamente ribattezzata con il nome del Podestà veneziano. Gli edifici che abbracciano la piazzetta vanno di certo annoverati nella vera e propria “storia pulsante” di Rovereto: tra essi ricordiamo il più antico filatoio ad acqua della città (appena usciti da via Portici sulla vostra sinistra), costruito nel 1580 dai fratelli Ferlegher di Norimberga, ma anche la piccola chiesa collocata alla vostra destra vicino alla scalinata, dedicata alla Madonna Ausiliatrice ed edificata dai baroni Pizzini nel 1724. Di notevole interesse architettonico è anche il Palazzo Malfatti che potete vedere in fondo alla piazza sulla sinistra con il balconcino in stile veneziano e il suo portale a tutto sesto.
Da notare infine l’epigrafe sulla facciata di Palazzo Pizzini, sulla sinistra fra il civico 20 e il 22, la quale ricorda il soggiorno in città di papa PioVI nel maggio del 1782.

Avanziamo ora dritti d’innanzi a noi per una cinquantina di metri.

Ben arrivati in piazza Erbe. Prima del '600 questa piazza non esisteva, ma era solo uno slargo aperto sulla campagna con in mezzo la tettoia del mercato delle carni. Un luogo d'incontro e di commercio che confinava con la seconda cinta della città la quale, partendo dalla Torre Civica, si congiungeva al Torrione Basadonna. In origine molto piccola, la piazza venne portata alle attuali dimensioni nel 1870. Si possono ammirare i caratteristici palazzi roveretani barocchi e, nel centro, una fontana ottagonale, opera di Gelsomino Scanagatta, che nel 1920 sostituì un antico lavatoio. Sono memorabili le feste di carnevale che si tenevano in piazza, con i ricchi carri allegorici che partivano da S. Rocco (in corso Bettini) e percorrevano la città per poi continuare la festa da ballo attorno alla fontana: tavole imbandite con ogni leccornia erano offerte alla popolazione e le danze venivano animate dalla presenza delle tradizionali maschere locali della Gegia e del Pero. Sembra ancora di poterne udire le fragorose e festose voci.

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